Gli anni 1920 - 1928
Giandante fu per fascismo e monarchia un anarchico. Per i comunisti un compagno. Per i repubblicani spagnoli un volontario delle Brigate internazionali. Per lo stato francese uno straniero indesiderabile. Per la Resistenza un partigiano socialista delle brigate Matteotti. Si unì di volta in volta al compagno più vicino. Infine, fu sempre solo.
Nasce a Milano il 9 agosto 1899, secondo l’anagrafe, l’8, secondo la questura. Cresce senza conoscere l’affetto della madre, donna autoritaria, fredda e distante. Il padre, industriale tessile, uomo d’ordine, prudente e conformista, cerca di reprimere nel figlio l’amore per la lettura e per gli animali. Vive un’infanzia soffocante, raggelata da slanci e affetti stroncati sul nascere. A casa si sente “solo come in un deserto”, a scuola i compagni lo chiamano “zuccone”, perché “il testone dalle potenti protuberanze frontali è sproporzionato all’esile corpo”.(1). Tutto questo accresce la sua solitudine e il senso della propria diversità, rendendolo diffidente, sospettoso, chiuso in se stesso: se lui è davvero così diverso dagli altri, e così solo, allora imparerà a vivere nel segno di una speciale vigilanza. Si getta nello studio con una intensità che allarma i maestri. Il calore del mondo, per lui, è nei libri.
Legge sotto le coperte alla luce di una candela, dopo che il padre ha spento le luci, esce di nascosto, all’alba, con le tasche piene di briciole, per andare a nutrire i piccioni. La precoce vocazione artistica accresce le tensioni familiari.
“Il Mito che ha intravisto giovanissimo lo asserragliava nel suo segreto formidabile… la lotta si fece furibonda tra la novella pianta che voleva respirare aria pura e i tronchi che s’ostinavano a coprire la volta del suo cielo.”
Anno dopo anno, sviluppa un’avversione per tutto ciò che ingabbia e opprime.
Nel 1916 scappa di casa. Via dalla ricchezza e dall’autorità paterne, via da quelle stanze raggrinzite dalla mancanza di amore. Non riallaccerà mai i rapporti con la famiglia, sebbene negli anni si tenga al corrente dei destini dei numerosi fratelli e nipoti. “Si butta sulla terribile strada fatta di fame miseria e fango.”
Frequenta la Scuola d’arti applicate all’industria del Castello Sforzesco, si diploma in architettura a Bologna, si laurea in filosofia a Milano.
Basso di statura, segaligno, ampia fronte, occhio vivo, capo rasato, un’aria concentrata che fa pensare a una febbrile attività di pensiero. Veste indumenti militari, recuperati nei mercati rionali: pastrano e maglione neri, cinturone, scarponi chiodati. In una foto di questi anni appare risoluto, sintonizzato su estreme solitudini.
La sua arte pittorica si sviluppa in chine di piccole dimensioni, sospese fra naturalismo e stilizzazione, dettaglio e sintesi, nelle quali l’ascendenza secessionista e nordica si innesta su anni di studio della statuaria greca e di tutto quel che Giandante vede intorno a sé. Sono una serie di studi di figurazione sintetica, realizzata con mano sicura e veloce, caratterizzata da un simbolismo wildtiano che dal liberty arriva ad un proto-decò e a tratti anticipa il costruttivismo. Giandante analizzava la natura e la figura umana attraverso questi lavori, spesso riproponendoli in matita e in china su carta velina. A sua volta la velina veniva applicata ad un cartoncino che riportava il titolo dell'opera e la datazione. I cartoncini erano infine raccolti in album tematici, tuti rigorosamente numerati e titolati per argomento, legati assieme da un nastro.

1920

china su pergamena - 1920

china su carta - 1919 firmata Paolo Giandante collezione Sarfatti

china su carta - 1919 firmata Paolo Giandante collezione Sarfatti
Il suo esordio lo vede con migliaia di questi frammenti con cui esplora “dalla pulce alla formica, indi le pietre, le piante e finalmente il misterioso e perfetto essere vivente in continua evoluzione: l’uomo, il diamante intellettuale della materia” in una mostra personale patrocinata proprio da Adolfo Wildt.

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920

Litografia su carta

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920

china su carta - 1920
Da subito Giandante concepisce la sua arte come libertà, dono e riscatto, in questa salda coscienza attraverserà tutta la vita, senza una fenditura, senza un solo cedimento al compromesso. Nel 1921 entra negli Arditi del Popolo, organizzazione paramilitare, eterogenea e apartitica che combatte lo squadrismo fascista. Quando il governo scioglie gli Arditi, diventa l’agente milanese dei Gruppi Segreti di Azione di Guido Picelli. Raccoglie denaro tra gli operai dell’hinterland e più di cinquecento moschetti. Ma l’attività artistica prosegue senza sosta: rifiuta di fare parte, quale membro giudicativo, della Commissione edilizia e artistica del Comune di Milano.
“La collettività voleva che lui collaborasse; egli si ritirò e si rinchiuse cercando quello che gli altri non potevano capire: il mondo della miniera sua interna che doveva poi così terribilmente e lentissimamente scoprire come in un parto agonico.”
Nel 1922, fallita l’esperienza dei Gruppi di azione, fonda la Setta delle cappe nere, “gruppi di pensiero, di azione e di forma” che arrivano a contare un centinaio di adepti. Alla morte del padre, rifiuta la sua quota ereditaria. Ogni diritto gli è liquidato con una legittima, con la quale finanzia l’attività delle Cappe nere. Il resto se ne va in libri (di cui si libera non appena li ha letti) e in un prestito a Leonida Rèpaci per la pubblicazione del suo primo romanzo, L’ultimo cireneo.
In seguito a una delazione di un affiliato delle Cappe nere, è incarcerato a San Vittore. Si taglia le vene per protestare contro i ritardi del processo. Non trovandosi le armi e non avendo le Cappe nere commesso nessun reato penale, devono rilasciarlo anche se lo schedano come “nichilista incendiario”. Da ora in poi, è incarcerato preventivamente per settimane intere, in occasione di ogni adunata fascista, inaugurazione di fiera, visita di gerarca. Gli arresti continuano e quello dell’aprile del 1923 è drammatico e viene sottoposto a tortura per le voci su una fantomatica nuova organizzazione clandestina sul genere delle cappe nere. Ma subito dopo lo vediamo impegnato per la partecipazione alla I Biennale delle Arti Decorative di Monza come rappresentante della Lombardia; si firma “Nucleo architetti”. Espone disegni in bianco e nero, intorno a modelli architettonici dalle masse semplici e squadrate, che piaceranno a Giovanni Papini e alla rivista De Stijl. Iniziano anche le prime mostre individuali e collettive, nel 1924 alla Bottega di Poesia espone grandi pannelli - ancora in bianco e nero, perché non può permettersi i colori - con figure ascetiche dalle anatomie minuziose, avvolte nel chiaroscuro.
Come attività collaterale, come d’uso per gli artisti dell’epoca, inizia a collaborare come illustratore per “l’Unità” di Gramsci costruendo immagini sintetiche, contrastate, dinamiche e geometriche che fanno pensare al coevo Costruttivismo.
Nel 1925 è presente alla II Biennale di Arti Decorative di Monza con una personale ai piani d’onore della Villa. Si firma «Nucleo architetti, scultori, pittori, decoratori». Ed è l’unico a dimostrare “un’attenzione alle nuove impressioni figurative che si andavano manifestando in Europa” plasmando figure eroiche, titani del riscatto sociale, in gesso o cemento, sempre rigorosamente in bianco-nero.
Gli anni successivi sono costellati ancora da mostre (come ancora alla Bottega di Poesia dell’amico Di Castelbarco) e da assalti e bastonature da arte dei fascisti. Lo ritroviamo alla III Biennale di Monza, nel 1927, in cui le opere esposte fanno dire ad Agnoldomenico Pica: “nasce qui, con Giandante e con il Gruppo 7, il Razionalismo italiano”.
Giandante allestisce due sale. Figure nere, angolose e stilizzate, che dominano il bianco in una rivelazione musicale. Architetture compatte, trapunte di luce.
Da questo momento le figure si umanizzano sempre di più. I titani si fanno uomini. Le incrollabili architetture avveniristiche lasciano il posto a visioni individuali e ignote, forme danzanti lontane da ogni planimetria o piano regolatore.
“Quella sua ideologica architettura finora assaporata come una teoria del perfetto vivere, si viene assestando su fremiti pulsanti” (R. Giolli, 1928) e inizia a collaborare con Gaetano Borsani, padre di Osvaldo, per il quale realizza piccole sculture in metallo lucidato ed inserti per mobili antesignani del moderno design. Per quanto ne sappiamo, queste e il Fante ferito sono le uniche sculture in bronzo. Le altre sono in gesso e cemento.


